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“Parasociale” è la parola del 2025 per il Cambridge Dictionary: cosa racconta di noi?

Il Cambridge Dictionary ha scelto “parasocial” come Word of the Year 2025. Non è solo un’etichetta linguistica: è un termometro culturale. Una parola che fotografa il modo in cui viviamo oggi le nostre relazioni digitali (forse influenzate dalla situazione creatasi durante il periodo di pandemia?), gli affetti proiettati sugli influencer, sui creator e persino sulle intelligenze artificiali. È una lente che ci obbliga a chiederci: come costruiamo davvero i nostri legami nel mondo iperconnesso di oggi?

Che cosa significa davvero parasociale

Secondo l’autorevole dizionario anglosassone, una relazione parasociale è un legame emotivo unilaterale: tu conosci, segui, ti affezioni a una persona pubblica o a un’entità digitale mentre l’altra parte non sa nulla di te. È la forma contemporanea di un meccanismo già teorizzato negli anni ’50, quando i sociologi Horton e Wohl descrivevano l’interazione parasociale tra spettatori e conduttori televisivi.Oggi il termine è uscito dall’accademia per entrare a pieno titolo nel linguaggio quotidiano: social media, streaming, storytelling intimo, chatbot che ti chiamano per nome. È un contesto che rende la relazione costante, vicina, quasi familiare, anche quando è costruita su un’asimmetria totale.

Perché “parasociale” è la parola dell’anno 2025

Il Cambridge Dictionary seleziona la propria parola dell’anno analizzando ricerche degli utenti, aumento d’uso e rilevanza culturale. Nel 2025, parasociale ha registrato un’impennata impressionante.
Le motivazioni principali ruotano attorno a tre fenomeni chiave del nostro tempo:

  • Creator economy in espansione
    I creator parlano in prima persona, aprono le porte delle loro vite, condividono quotidianità e fragilità. Questo formato produce un senso di intimità percepita, un legame affettivo che l’utente vive come genuino.
  • Consumo emotivo dei media
    Non seguiamo solo contenuti: seguiamo persone. Le storie, le scelte, le cadute, i successi. E spesso reagiamo come farebbe un amico che assiste al percorso altrui.
  • Interazioni sempre più naturali con l’AI
    Chatbot e assistenti virtuali sono progettati per conversare in modo fluido, empatico, coerente. È inevitabile che qualcuno inizi a interpretarli come presenze affidabili, familiari, quasi “relazionali”

Questi tre mondi hanno un punto in comune: trasformano il pubblico in una comunità emotiva, e il contenuto in un rapporto.

Taylor Swift e le Swifties: il caso perfetto di relazione parasociale moderna 

Un esempio concreto di questa dinamica è il legame tra Taylor Swift e le sue Swifties: milioni di fan che sentono di conoscerla davvero, pur non avendola mai incontrata, al punto che la stessa scelta di “parasociale” come parola dell’anno da parte del Cambridge Dictionary è stata raccontata anche attraverso il suo fandom.

fan che tiene un pass del tour della sua popstar preferita, Taylor Swift, simbolo del suo forte coinvolgimento parasociale

In Italia i media hanno riportato post virali di fan che, dopo l’annuncio del suo fidanzamento con Travis Kelce, scrivevano: «Taylor Swift si è fidanzata e non mi sono mai sentita così parasocial nei confronti di qualcuno», mentre altri piangevano di gioia o elaboravano teorie sulla sua vita privata.

Essere Swiftie, raccontano diversi articoli, significa affezionarsi ai partner della cantante, immaginarli all’altare, soffrire per le rotture e poi festeggiare il nuovo amore come se fosse quello di un’amica. Ogni canzone viene letta come un messaggio in codice, ogni indizio nei testi o nei post social alimenta discussioni e un linguaggio interno che rafforza il senso di vicinanza emotiva.

Per la psicologia dei media, questo è un esempio perfetto di relazione parasociale: un legame unilaterale, amplificato da una community globale molto attiva, che può dare appartenenza e conforto, ma anche generare aspettative irrealistiche nei confronti dell’artista.

Siamo davvero così parasociali?

 La risposta è , anche se in sfumature diverse. Non si tratta necessariamente di un comportamento negativo. Le relazioni parasociali possono dare motivazione, compagnia, senso di appartenenza. Molte persone traggono conforto da creator che parlano di tematiche personali, da voci che offrono supporto, da figure che ispirano crescita e cambiamento.

Il rovescio della medaglia è quando il coinvolgimento emotivo si spinge oltre. Quando si sviluppano aspettative che una relazione asimmetrica non può soddisfare. Quando si confonde la percezione di vicinanza con una forma di legame reale. O quando si vive il minimo cambiamento del creator come un tradimento personale.

La psicologia mette in guardia dai rischi: idealizzazione eccessiva, dipendenza, isolamento, reazioni sproporzionate nei momenti di crisi pubbliche o private. E i social, con la loro architettura costruita intorno all’intimità simulata, non fanno che amplificare queste dinamiche.

Il ruolo del marketing nelle relazioni parasociali

 Per chi lavora nella comunicazione digitale, ignorare il fenomeno è impossibile. Le relazioni parasociali sono la base emotiva dietro:

  • influencer marketing
  • community building
  • brand-loyalty

Il motivo è semplice: quando un utente percepisce un creator come “vicino”, si fida di più delle sue scelte, dei suoi consigli, dei prodotti che propone. È una forma potentissima di credibilità percepita. Ma questo potere porta con sé una responsabilità profonda, soprattutto per i brand che scelgono di affidarsi a figure con un rapporto intenso con la propria audience.

Bisogna dosare il linguaggio della vicinanza, essere trasparenti sulle partnership, rispettare i confini emotivi e creare contenuti che non esasperino l’illusione di una relazione personale, ma che valorizzino la connessione autentica.

Il lato “positivo” del parasociale

C’è anche un aspetto virtuoso. Quando la comunicazione è sincera e coerente, le relazioni parasociali possono trasformarsi in comunità sane.
Parliamo di utenti che condividono spontaneamente contenuti, partecipano attivamente alle storie, si riconoscono nei valori trasmessi, contribuiscono alla costruzione di un ecosistema creativo.

Qui la parola parasociale non indica un legame distorto, ma un ponte che unisce persone attraverso emozioni, narrazioni e identità condivise.

 “Parasociale” è molto più di una definizione da dizionario. È uno specchio. Riflette il nostro modo di vivere la connessione: immediato, digitale, empatico, ma spesso sbilanciato.

Per chi comunica nel 2025/2026, la vera sfida non è evitare il parasociale, ma gestirlo con consapevolezza. Significa mantenere trasparenza, coltivare autenticità, dare spazio alla vulnerabilità senza trasformarla in strategia, rispettare la distanza pur lavorando sulla relazione.

È un equilibrio complesso, ma è anche il cuore della comunicazione moderna.